- POCKET ROCKET -

Basta un’occhiata per rendersi conto di quanto sia inutilmente stravagante e persino folle: è una gabbia con le ruote. Una GIG Nikko senza telecomando per bambini che amano ancora sporcarsi di fango, dato che non ha nemmeno le portiere. In un colpo solo, sia il passero solitario che il fanciullino si risveglieranno in voi.

Se non è poesia questa…

29 ottobre 2021 | scritto e pensato dalla mente malata di A.Volza |

Ormai lo avrete capito: le auto inglesi emanano un fascino intossicante, subdolo, cui è impossibile resistere. Sono quel genere di mezzi che si fanno beffe di ogni logica, la calpestano bellamente e si pavoneggiano col loro aplomb british.

Il caso della Ariel rientra perfettamente in questo ambito, dato che questa factory, dal sapore molto artigianale, va fiera della propria produzione "one man, one car". Forse qualcuno sarà tentato di dire: ”ah ma certo, è quella che produce le Atom”. E avrebbe ragione, ma questa azienda può vantare una lunga storia, che affonda le sue radici addirittura nel 1871. Quando eravamo a malapena consapevoli di essere italiani, giusto per capirci.

Il loro primo veicolo era un velocipede, l’Ordinary, che oggi apparirebbe ridicolo, agli occhi dei monopattinari del secolo 21esimo.

La loro prima auto da corsa arrivò nel lontano 1908 ma, visto che questi intrepidi non sanno stare fermi, si sono anche dedicati a produrre qualche moto. Almeno fino al 1973, data di uscita della Healey 4, che oggi è un ricercatissimo pezzo da collezione.

Ma ora occupiamoci della Nomad, che incarna appieno i più reconditi desideri di ogni smanettone che si rispetti. Esiste anche una versione “standard”, identica in tutto e per tutto, tranne che per il motore.

Bella come uno scorfano, aerodinamica che prende a mazzate l’aria, ma ha anche dei difetti...

La Ariel ha pensato bene, con la Nomad, di creare un incrocio tra un’auto stradale, un buggy e una belva del WRC. Si può ben dire che, esteticamente parlando, sia riuscita alla grande nel tirare fuori un vero unicum (i più cinici le daranno del Frankestein, ma son gusti). La missione principale della Nomad è estremamente semplice. Per dirla con le parole di chi l’ha realizzata «the Nomad opens up a whole new dimension to having fun on four wheels». Nasce per essere strapazzata su ogni terreno e strappare sorrisi di pura estasi a chiunque si cali nell’abitacolo (se così si può chiamare un intrico di tubi da far invidia alla torre Eiffel).

Volete bruciare ogni malcapitato al semaforo? Nessun problema, dato che questo schizzetto tocca i cento all’ora in appena 2.9 secondi. Questo grazie ad una rapportatura cortissima, che vi convincerà a smanettare continuamente col sequenziale, un pregevole Sadev ST82-17 che, assicurano, è il non plus ultra della casa francese. Parliamo di un comando interamente ricavato dal nobile alluminio, che ferma il peso a 38 miseri chili. Una teglia di parmigiana è più pesante a confronto. Ma soprattutto, le cambiate sono vere e proprie fucilate: roba che richiede giusto 40 MILLISECONDI in salita di marcia.

Ovviamente il tutto è condito dagli sbuffi diabolici del compressore Eaton a lobi, che ingozza d’aria un altrettanto assatanato 4 cilindri. Ecco, questo è il cuore pulsante della belva e non poteva che essere un motore Honda, nella più tipica tradizione Ariel (le Atom sono anch’esse equipaggiate con un motore simile, il K24). Nel caso specifico della Nomad R, si tratta del 2 litri, siglato K20Z3. Grazie al supercharger eroga la bellezza di 335 cavalli, che smuovono qualcosa come 670 kg a secco.

Lo scorcio posteriore mette in bella mostra i cannoni dello scarico e l’oro del sistema Öhlins, optional però, come pure le portiere ed il parabrezza

Trattandosi di una serie estremamente limitata (solo 5 esemplari), va da sé che il livello di personalizzazione sia sterminato. Tanto per cominciare, se il bianco del telaio è fin troppo candido per i vostri gusti, si può optare per tinte più audaci, tipo un arancione che buca le retine come un compasso. In alternativa possono essere campionate sulle specifiche del cliente.

In pratica, ogni minimo particolare può essere adattato al tipo di uso che si vuole fare della Nomad, tanto che, se si è amanti dell’offroad, esistono verricelli appositi e persino lampade a led montate sulla sommità del telaio! Fa molto Walker Texas Ranger, se volete sboronare nell’entroterra sardo e disperdere quei pastori che osano frapporsi alle vostre mire di esploratori della Domenica.

L’abitacolo è un posticino intimo. Qui si bada all’essenziale, non c’è spazio per nessuna trovata da boomers. Anche il freno a mano idraulico va selezionato a parte, ma i traversi ringraziano.

Va detto, però, che la versione R è pensata più che altro come una macchina da rally in assetto stradale, quindi non si possono avere le gomme tassellate e nemmeno le sospensioni Fox a lunga escursione. In compenso, Ariel garatisce la possibilità di variare la rapportatura del cambio. Nel caso i 194 chilometri orari di serie non bastassero e voleste un lifting facciale degno di Mickey Rourke.

Un’auto del genere merita il volante estraibile, ma soprattutto: quanto è intrigante quel paddle in carbonio? Si tira per salire di marcia e si spinge per scalare. Il ripartitore di frenata, poi, spiega benissimo le intenzioni malvage della Nomad R
La placchetta riporta la firma di chi ha costruito il vostro gioiellino. Se non è esclusività questa…

Arrivati a questo punto, resta solo da chiedersi: ma vale davvero la pena spendere cifre allucinanti per un giocattolone del genere? È fuor di dubbio che il prezzo non sia alla portata di tutte le tasche, dato che si parla di 77.400 pounds, ossia più di 91.000 Euro. In alternativa si può sempre pensare di vendere un rene, il culo, indebitarsi…

A ogni modo, la Nomad R resta un’auto unica, capace di far resuscitare i morti per l’entusiasmo e l’adrenalina con cui inonda ogni fibra muscolare del corpo di chi la guida. Sarà pur fuori da ogni canone ma, come direbbe un saggio «shut up and take my money»

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