Sogni spezzati, auto da rapina e pietre: la “mia” Alfa Romeo 33 1,5 Quadrifoglio Verde

Quanto son belli i ricordi della prima auto? Ecco, quasi sempre... storia di un’Alfa 33, di baciamano senza senso e di M.Carito a lutto.

1 ottobre 2020| scritto e pensato dalla mente malata di M.Carito | editato e corretto dal pensiero distorto di Gabry

Mio padre non ha mai avuto nemmeno lontanamente auto “sportive”. Qualsiasi auto che non sia un elettrodomestico su ruote, per lui, è “scomodo e inutile”. Le altre massime che accompagnano le scelte paterne in fatto di mezzi sono “anche con tanti cavalli guida sempre un asino” e la mia preferita, “ma tanto DOVE DEVI ANDARE con un’auto sportiva?” Così facendo ha collezionato dei mostri automobilistici incredibili, sfiorandone alcuni anche peggiori.

Vi lascio immaginare la sua faccia quando, nel corso degli anni, mi sono presentato a casa con Honda rollbarate, cabrio minuscole e francesi palesemente muletti da rally. Ma questa è un’altra storia, che magari racconterò un’altra volta.

Nell’assoluta casualità nella scelta delle proprie auto, mio padre fu anche alfista. In questo finora strepitoso 2020 cadono anche i 110 anni del marchio di Arese, quindi perché non raccontarvi l’epopea di questo mezzo di famiglia?


Targa Florio 1923, per dire… | Fonte

Ricordo ancora la carrozzeria di proprietà di uno zio paterno (Calabria saudita), immersa tra i palazzi, polverosa e insalubre tipo Piramide Egizia appena aperta. Eravamo là per lei: Alfa Romeo 33 1,5 Quadrifoglio Verde, classe 1986. Grigio chiaro, cerchi in lega con i classici fori tondi e interni in Eternit. Ora, forse è giusto aggiungere qualche altro particolare sul venditore (un mio Prozio se ho fatto bene i calcoli…). Inventò la “New Economy” molto prima degli anni 2000. Il suo concetto di economia infatti si basava sul non dover per forza pagare tutto e tutti, oltre a non dover per forza vendere cose sue. Una specie di Robin Hood con la “H” aspiratissima. Successivamente, per altri affarucci, fu arrestato, ma ora non cerchiamo il pelo nel calabrese...L’Alfa in questione proveniva da un’asta di auto sequestrate dalla Polizia. Insomma, mio padre acquistò una 33 con un passato da delinquente... da un delinquente. Più che un passaggio di proprietà fu una affiliazione camorristica. E’ un inizio talmente tanto “ALFA ROMEO” che da Arese gli inviarono una targa commemorativa a serramanico. A quei tempi l’immagine di una Alfa Romeo “cattiva” faceva veramente brutto. Talmente tanto che una volta mio padre posteggiò la 33 davanti ad una banca e gli impiegati uscirono con l'incasso e le mani in alto.

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La prima volta che ebbi l’opportunità di farci un giro, da buon ragazzino malato di auto, l’emozione fu indescrivibile. Il “millecinque” Boxer, di derivazione Alfasud Ti, sviluppava 105cv grazie all’adozione di due carburatori doppio corpo. Dovendo spostare solo 890kg, le prestazioni non erano affatto male per l’epoca, con un 9,4sec per lo 0-100km\h e quasi 190 km\h di velocità massima. Dall’Alfasud ereditò anche il pianale e la posizione del motore. La compattezza del motore Boxer aveva permesso ai progettisti di installarlo molto arretrato per accentrare la distribuzione dei pesi. Al posteriore, un parallelogramma di Watt aiutava l’assale rigido di fare al meglio il proprio lavoro. L’estetica è soggettiva, ma agli occhi di un dodicenne (che prima viaggiava su una Fiat 132 azzurrina con pomello in cristallo e copri sedili fatti all’uncinetto…) appariva cattivissima. A modo suo lo era: il suono, in particolare quando “entrava” il secondo carburatore, era meccanico e musicale; i sedili infossati, gli strumenti tondi con grafica chiara e il volante in legno di bara erano dettagli perfetti ai miei occhi. Rispetto alle 33 “lisce” la Quadrifoglio aveva inoltre un assetto più rigido, cerchi in lega in stile Alfasud, cassetto portamunizioni, minigonne e paraurti in tinta. Iniziai subito a sognare di ereditare quella 33 cafona con tutto me stesso. Dal primo giorno la amai. Potete non apprezzare le vecchie Alfa, ma vi sfido a restare seri e tristi mentre sentite il Boxer prima tuonare e poi strillare man mano che i giri salgono, con in sottofondo i carburatori che suonano esattamente per quello che stanno facendo: prosciugarti il conto in banca. Se amate le auto, e non la proiezione del vostro pene su di loro, è impossibile non provare gioia durante un’esperienza simile. Mi pare l’abbia detto Freud, sgommando con il gomito fuori dal finestrino su un’Alfa 75 SuperAmerica targata Vienna.


Interni in Eternit e legno | Fonte

L’innamoramento vacillante di mio padre per la prima (e ultima) auto pseudo-sportiva della sua vita durò un paio di pieni. La 33 suonava da Dio ma consumava uno sfacelo, tanto che il benzinaio di fiducia iniziò a mandarci il cesto a Natale. Il consumo, forse, era dovuto anche alle indicazioni date a mio padre dal prozio. Il quale ovviamente era pluriproprietario di Alfa e le aveva provate tutte (alcune anche dal sedile posteriore e con le sirene in funzione). Ecco l’indicazione dell’esperto: “Cazzu Pè, spigni stu pedale, CHE LE ALFA VANNO SCANNATE, ALTRIMENTI SI ROVINANO!

Troppa sete portò all’installazione di un impianto a Gpl. All’epoca il suddetto impianto consisteva in una camera iperbarica di 25mq con angolo cottura inserita nel baule. Aveva persino le finestre, un oblò per la lettura della quantità di gas residua. La prima volta che lo vidi pensai che i miei mi avessero comprato un sommergibile. Non fate quelle facce, vi avevo avvertito che mio padre sta alle auto sportive come il mocassino sta all’uomo…

Una volta riportati i costi di gestione sotto controllo, la 33 per sua sfortuna divenne l’auto da tutti i giorni. Oltre agli spostamenti cittadini, ci accompagnava in campagna e ci siamo persino andati in vacanza fino in Calabria. Quest’ultimo viaggio senza aria condizionata ad Agosto ci fece perdere più liquidi di una banca argentina, ma io continuavo ad adorare la 33. Anche perché, arrivati in Calabria, i locali iniziarono a baciare le mani a mio padre. Fu però la casa in campagna che creò i maggiori problemi all’Alfa. Sacchi di cemento, cassette di pomodori, tavoli, mattoni, monumenti, fontane…tutto veniva caricato e “portato su”. L’Alfa, che sognava inseguimenti e sparatorie, provò a suicidarsi tirando fuori un grande classico del motore 1,5 Boxer: grippò il tendicinghia. Mio padre però non aveva ancora terminato la sua opera di tortura e la fece risistemare. Devo dire che la 33 lottò duramente: non presentava ruggine o problemi elettrici, difetti che le Alfa dell’epoca avevano per principio. Ci tenevano. Avevano di solito la tendenza anche ad un altro principio, quello di incendio, ma non la “mia”.

Elevata velocidad, fidatis… | Fonte

Io ovviamente tifavo per la 33. Nei quattro anni in cui restò con noi non smisi mai di volere l’Alfa con tutto me stesso. La lavavo spesso a mano per poi guardarmela e riguardarmela, sporco come la fiammiferaia magica dopo una partita a calcio fiorentino. Alcuni dettagli erano semplici ma notevoli: i cerchi, la strumentazione e la sottile linea grigio antracite che separava la parte superiore della carrozzeria da quella inferiore, per me restano tutt’ora dei bellissimi tocchi. L’età per la patente si avvicinava sempre di più e già gustavo il momento in cui l’avrei salvata. Ecco il piano: avrei trasformato l’impianto a Gpl in un simpatico monolocale da affittare per pagare la benzina e installato uno scarico per far sentire a tutto volume l’ARROGANZA del Boxer. Successivamente avrei montato anche un assetto ribassato come le 33 che vedevo correre di contorno alla gare Superturismo su Telemontecarlo…se le ricordate siete sull’orlo dell’artrosi come me, complimenti.

Ahimè, imparai a guidare su una Fiat Tempra. Perchè? Beh, prendiamola alla larga, così evito di farmi venire il nervoso di nuovo. Mio padre è una bravissima persona, lo è sempre stato. La “mia” 33 fu uccisa da un mix letale di disponibilità e di Fiat Brava.

Spiego. Uno Zio (sono un superterrone pieno di parenti…) acquistò una casa in campagna da risistemare nei pressi della nostra. Tra i vari lavori c’era il rifacimento di parte del tetto. E come si rifà un tetto in zona montana? Con le “lose”, cioè pietre piatte del peso di decine (se non centinaia) di kg. Per portare queste pietre fino all’abitazione, mio Zio, come poteva fare? Aveva appena ritirato un’orrida Fiat Brava full optional, non poteva usarla per caricarci pietre. Mio padre, che come detto è una persona buona (a questo punto, però, mi viene il dubbio odiasse la 33 con tutto se stesso) si offrì di andarle a ritirare. “Tanto ci ho già caricato di tutto, le auto sono fatte per essere usate”. Detto fatto: tirati giù i sedili posteriori e caricata la 33 di centinaia di kilogrammi di pietre, mio papà guidò su per la salita che portava all’abitazione. Durante il tragitto si sentì come un tonfo, ma non gli diede importanza. Qualche giorno dopo, tornando verso Torino, mio padre dichiarò: “sta macchina mi sembra vada un po’ per conto suo, sarà la convergenza”. Messa l’auto sul ponte dal meccanico, si scoprì che era qualcosa di lievemente più grave. I longheroni dell’auto, semplicemente, si erano spaccati in due, crepati e piegati tipo lattina. Andava fatta sì la convergenza, ma al telaio. Addio Alfona, addio sogni di gloria del sottoscritto. La 33 fu sostituita dalla sopracitata Fiat Tempra, una 1,8lt berlina. Con gli interni in panno daino, nel senso “dai…no!” visto il color azzurrino imperante. Non c’è bisogno che aggiunga altro.

Ah, quasi dimenticavo: Papà, mi ha detto la psicologa di dirti che sì, ti voglio bene lo stesso.

Non ho mai avuto modo di guidare la 33 (e purtroppo nessuna “vecchia” Alfa Romeo), cosa che tuttora mi dispiace tantissimo. Non posso dire di essere un alfista ma ancora oggi, ogni tanto, ne cerco una online: così, solo per guardarla, abbassarla sui suoi cerchi grigio antracite e portala in giro accompagnato dal Boxer, rimettendo in piedi il sogno dell’adolescente con i capelli a scodella che fu. Sono anche sicuro che nel periodo in cui ci siamo “frequentati” l’Alfa mi abbia cresciuto come appassionato. Devo anche a lei il mio amore smodato per le auto brutte e sporche, le auto che non piacciono alla “gente che piace”, le auto che suonano maleducate. Le auto che, in un modo o nell’altro, fanno di tutto per regalare sorrisi: a te che la guidi e al tuo amico fraterno benzinaio che, per ringraziarti, ha dato il tuo nome al suo primogenito.

Ora ditemi che non vi fa crescere i peli sul petto solo guardandola… | Fonte

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