Burt Munro, altro che gli eroi DC Comics in calzamaglia.

Burt Munro è la prova che basta un sogno, forza d’animo formato famiglia calabrese e totale assenza di spirito di conservazione per arrivare dove si vuole. Anche battere il record del mondo di velocità a settantanni con una moto di 40 modificata in garage. La prossima volta che dirò “non posso” tiratemi una sberla…

20 novembre 2020| scritto e pensato dalla mente malata di M.Carito | editato e corretto dal pensiero distorto di Gabry

Siamo nel 1967. Lago salato di Bonneville nello Utah, USA. “Lago” è un parolone. Più che altro è un'enorme distesa di sale pressato che una volta era un lago, mentre ora altro non è che una superficie bianchissima, relativamente liscia e vagamente apocalittica. Venti km di lunghezza per otto di larghezza di un bianco accecante. Un panorama che non fa molto bene all’istinto di sopravvivenza delle persone: qua vicino hanno fatto i test per le bombe atomiche che hanno posto fine alla seconda guerra mondiale. Insomma, un posto unico che permette alla gente di fare cose strane, pericolose, esagerate, fuori scala. Prendiamo per esempio quel puntino rosso che sfreccia sulla superficie del “lago”. E’ una moto Indian che viaggia a circa 300km/h. Sdraiato sopra, in posizione più o meno aereodinamica, un neozelandese di 68 anni. Sì, sessantotto. A quell’età si possono stabilire diversi record: minuti di distanza tra un “oplà” e un “issa”, peli nelle orecchie, sangue nel colesterolo e tentativi di erezione. Ma il neozelandese di cui vi parlo, tale Burt Munro, è diverso, molto diverso. Sta tentando di battere un record mondiale un filo più pericoloso: il record di velocità su terra per moto bicilindriche con cilindrata inferiore a 1000cc. Lo sta facendo a sessantotto anni (lo ripeto) con una moto Indian del 1920 che negli ultimi 41 anni ha modificato da solo, lavorandoci ogni giorno, senza particolari strumenti o studi. Oltre al motore portato a 950cc, ha battuto a mano gli stampi per fare le carene in vetroresina, cercando, un tentativo dopo l'altro (su strade aperte al pubblico per cinque anni di test), di trovare una combinazione aereodinamica che gli permettesse di andare forte e possibilmente di non morire. Oggi, durante il primo run di prova, ha lasciato tutti a bocca aperta: 305,9km\h. In questo momento sta andando a cannone, in posizione semi-sdraiata, con i pistoni del V2 ad angolo che picchiano a pochi centimetri dal suo corpo. Con quell’angolo, se scoppiassero, colpirebbero viso e testicoli. Ora capite perché si dice “andare a palla”? A 295,5km\h, con il record in prova ufficiale già in tasca, la moto inizia ad ondeggiare in modo incontrollabile. I freni sono minuscoli e palesemente inadatti alle frenate in velocità. Deve rallentare, ed un pilota del genere sa come usare la testa: la alza al di sopra della carena a mò di freno aereodinamico. Appena l’aria a quasi 300km/h lo colpisce, strappa gli occhialini dal viso di Burt (casco jet, of course) e spinge gli occhi all’interno del cranio. Burt si trova quindi su una moto a 300km/h che ondeggia pesantemente, temporaneamente cieco, senza occhialini protettivi e consapevole che la superficie liscia sta finendo. Manca solo una lettera di Equitalia per completare il quadro. Per fermare la propria corsa oramai resta un solo modo: buttarsi per terra. D'altronde si sa, sale e ferite van d’accordo.

Ma partiamo dall’inizio, la storia sembra interessante.

1920, Nuova Zelanda. Precisamente siamo ad Invercargill, una piccola realtà agricola. Il nostro Burt ha 21 anni ed è su di giri: ha appena messo le mani su una delle primissime Indian Scout arrivate in Nuova Zelanda (facciamo che d’ora in poi la chiamerò NZ). E’ una moto dotata di motore bicilindirco con angolo di 42° a valvole laterali, 600 cc, cambio a tre marce con frizione a pedale, sospensione a balestra anteriore e ruota posteriore non ammortizzata. Quest’ultima caratteristica è ottima per l’appendicite: se mai un giorno doveste aver male, salite su una Indian Scout e poi su per una bella strada dissestata. Dopo un po’ avrete così male a tutto il resto del corpo che l’appendicite sarà un lontano ricordo. Funziona anche col mal di denti. Il suo esemplare porta il n° 50R627 stampigliato sul motore. Munro non è un neofita né di moto, né di fratture, tantomeno di gare e di record. Ha la passione per i motori da sempre, partecipa a qualunque tipo di gara su due ruote gli venga proposta (anche tre, qualche volta corre con i sidecar) e con una Clyno del 1915 ha già stabilito alcuni record neozelandesi di velocità. Ma quando appoggia le terga sulla Indian tutto cambia: quella moto, che nelle giornate buone e con l’oroscopo a favore riesce a malapena ad arrivare a 80km\h, lo strega da subito. Dopo circa 6 anni, nel 1926, Burt capisce che la Indian non può competere con le moto più recenti. Potrebbe cambiare moto, certo, ma come vi ho già detto, oramai i due escono a cena e fanno coppia fissa. Alle volte Burt ha delle strane bruciature nelle mutande, ma sembrano felici.

La fidanzata Indian di Burt

Decide quindi di modificare la sua Indian nel garage di casa. Modificare forse non rende bene l’idea. Tanto per dirne una, realizza nuovi pistoni su misura. Come? Colando dell’alluminio fuso dentro un buco scavato nella sabbia della spiaggia. Cioè, bambini con la paletta, ombrelloni, costumi da donna con tette a punta (le famigerate tette a baionetta (cit.), poi vietate dalla Convenzione di Ginevra) e sullo sfondo Burt che sagoma la sabbia compatta e ci versa dentro dell’alluminio fuso. Tipo fonderia, ma con i granchi. I materiali di qualità in NZ scarseggiano, quindi fonde di tutto e cerca di produrre delle leghe che possano essere utili per il suo scopo. Che so, ferro e cioccolato bianco, alluminio e caponata, cose così. Oltre tutto questo, ricicla materiali di recupero: ad esempio costruisce le camicie dei pistoni fondendo dei vecchi tubi del gas, in ghisa. Nel corso degli anni, produce con gli stessi metodi “caserecci” volani, pistoni, basamenti, bielle, alberi a cammes e sistemi di lubrificazione imparando solo facendo pratica da solo. In un angolo del garage, Burt raccoglie ed espone su di uno scaffale in legno grezzo tutti i pezzi che hanno fallito durante i test. Sul legno della mensola c’è una scritta: Offerings to the Gods of Speed”.

Pensavate me lo fossi inventato eh?

Più o meno nel 1930 la Indian è capace di andare a 144km\h, ma non basta. Burt decide allora di trasformare il proprio motore a valvole laterali in un motore a valvole in testa. Sempre da solo, in garage. Intuendo che il metodo “buco in spiaggia, cappello di carta e metallo fuso nel pentolino del latte” non basta più, frequenta per qualche tempo una fonderia, impara a fare i calchi, gestire la fusione dei metalli per poi richiudersi nel proprio garage. Un anno dopo la Indian ha un motore a valvole in testa e nuovi alberi a camme. Come per ogni tentativo di modifica, anche questa volta prova il motore sulle strade di campagna fuori città. Risultato? Il primo motore esplode quasi subito. Poco male per Burt, alla fine andava abbastanza piano e la caduta non è stata rovinosa…Il ragazzo ha più palle che testa. E la testa è bella grossa eh.

Nel 1937 Burt partecipa ad una gara sulla spiaggia. Viaggia a 180 km/h (sulla sabbia) e mentre affianca una BSA quest’ultima gira all'improvviso. Burt non può fare nulla e si pianta sulla BSA. Risultato? Centinaia di metri rotolando, casco aperto in due e perdita quasi completa dei denti. Mentre il fratello raccoglie i denti come conchiglie sulla spiaggia, i medici soccorrono il nostro eroe… Qualche giorno dopo il pilota della BSA si accorge che sul basamento della sua moto ci sono i segni della vernice del casco di Burt. Vabbè, penserete voi, adesso si darà una calmata il nostro Munro: ha quasi 40 anni, una moglie (che ora dovrà cucinare solo vellutate, a quanto pare) e quattro figli.

Eh no, per nulla.

Burt si riprende, dentiera nuova e va avanti a gareggiare con la Indian. Nel 1940, a quarantun anni lui e venti la moto, fissa il nuovo record neozelandese di velocità su circuito stradale: 194,4 km/h di media. Tra alberi, pecore e case. Nel 1941 resta fermo per quasi tutto l'anno a causa di un grave incidente. Ha solo sbattuto la testa così forte da restare incosciente per quasi due ore a causa di una emorragia cerebrale, nulla di troppo grave. Stranamente, la moglie lo lascia. Dichiarerà: “Lo vedevo sorridere solo quando era con la Indian...anzi no, alle volte anche in cucina vedevo il suo sorriso, in un bicchiere, ma solo se dimenticava i denti a casa…”. Un’altra “Offerings to the Gods of speed”.

Burt si trasferisce quindi in un basso caseggiato che gli farà da officina e da abitazione. Ovviamente continua a lavorare alla Indian e gareggia di continuo. Nel 1948 si licenzia dal suo lavoro (si, in tutto questo Munro aveva anche un lavoro) per potersi dedicare a tempo pieno alla moto. Uno dei pochi parenti che a questo punto della sua vita non lo considera un disadattato cronico è il figlio preadolescente dei vicini.

A quarantanove anni partecipa al “Canterbury Speed Trials”, una gara stradale lunga 1600km che si tiene ogni anno. Parteciperà per 22 edizioni consecutive. Così, per tenersi in allenamento. Ora, arrivati a questo punto potremmo anche averne abbastanza per ritenere Burt Munro uno di noi, ma la parte davvero eccezionale deve ancora arrivare.

Indian “Semistock”

Burt aveva un sogno: provare le reali potenzialità della sua Indian (che nella sua massima evoluzione ora ha una cilindrata di 968.70 cc, tanto per) nell’unico luogo al mondo in cui la si poteva testare a fondo: il lago salato di Bonneville, negli Usa, dove ogni anno si tiene lo “Speed Week”. Cos’è? Un bel nome per descrivere una settimana di test, prove e tentativi di suicid…record di velocità su terra. Consiste in due passaggi cronometrati sul percorso perfettamente dritto ricavato sulla superficie arida del lago salato e sperare di tornare a casa sulle proprie gambe. Munro risparmia da anni per potersi permettere una partecipazione allo Speed Week, ma il viaggio è lunghetto (12.500km, più o meno) ed i costi di trasporto della moto elevati. Grazie all’aiuto economico di amici, altri piloti e parenti, nel 1962 decide di partire. Ha sessantatrè anni, problemi cardiaci ed ossa più fratturate di un pacchetto di grissini nello zaino di un bambino. Per fortuna zero carie. Beh, vi ho detto che ha raccolto i soldi, ma non proprio tutti quelli che servono. Munro si paga il viaggio verso gli USA lavorando come cuoco a bordo della nave che lo trasporta. Una volta sbarcato in America, ha un altro problema: non ha un mezzo di trasporto per se e per la Indian fino a Bonneville. In un concessionario nei pressi di Los Angeles, compra una vecchia station wagon da sistemare per 90 dollari: in cambio ripara alcune delle auto in esposizione. Si mette in viaggio in direzione Utah, lavoricchiando dove capita e aiutato da alcune persone che incontra lungo il cammino. Ricordo che stiamo parlando di un uomo di 63 anni che porta dietro di sé una moto di 42. Arrivato a Bonneville, mesi dopo, scopre che per partecipare serve l'iscrizione. Uhm, questi USA, come sono difficili. Durante il viaggio Burt però si è fatto degli amici. Sul lago salato sono accorsi molti appassionati del marchio Indian e tra loro ci sono alcuni membri influenti della comunità. Facendo, per così dire, un po’ di pressione i commissari chiudono un occhio e Burt è in gara. L'occhio l'han chiuso anche sulle carenze di dotazioni tecniche e di sicurezza della moto e sull’abbigliamento. Vabbè, manca anche il freno paracadute, ma che sarà mai per uno senza denti. Ah, passano sopra anche all’età di Munro e al suo stato fisico non perfetto.

Il capo della sicurezza della Speed Week di quell’anno deve aver avuto le stesse competenze del parrucchiere di Trump.

Munro a Bonneville fa un po’ la figura del fenomeno da baraccone, al momento, ma il sale sotto le sue gomme slick (che ha modificato tagliando via, con un coltello, le tassellature del battistrada) e il panorama attorno a lui non mentono: è allo Speed Week.

Ho già mal di schiena.

Monta sulla Indian, mette su le carenature di vetroresina create per l’occasione e parte per il giro di prova. Non va troppo bene. Nonostante un mattone da 27kg nel “muso” come zavorra (alta tecnologia), Burt cade a circa 260km\h per problemi aerodinamici. Raggiunto dai commissari, questi lo trovano illeso che ride di gusto. Dichiara: Rido perché sono felice di essere ancora vivo. Le mutande purtroppo non sopravvivranno. Partecipa alla categoria “fino a 916 cc” ed ha preparato il motore limitandolo a 850cc. Nei box gli appassionati di Indian oramai gli fanno da team, da motorhome e da amici. E’ il giorno della prova ufficiale. Burt Munro, con la sua Indian raffazzonate, parte e strabilia tutti: nell’evento chiamato “Flying One Mile” viene cronometrato a 288km\h. E’ record di categoria, nonostante un'ustione abbastanza seria alla gamba sullo scarico. Un po’ di puzza di pollo bruciato, che vuoi che sia.

diplomato in testicolidiferrologia
stringi bene eh, la sicurezza è la prima cosa.

Soddisfatto? Beh si. Ma... perché smettere?

Nel 1963 si ripresenta a Bonneville. Lascia la moto negli USA e torna a casa col solo motore, su cui lavora nel suo garage per andare ancora più forte. Poi torna in gara. Durante i primi giorni di test rompe una biella mentre viaggia a circa 313km/h. Per fortuna non cade, ma per questa edizione deve alzare bandiera bianca. Nel 1964, 1965 e 1966 non va meglio e non porta a casa nessun record.

Ed eccoci quindi all'edizione del 1967 sulla Indian imbizzarrita, all’inizio di tutta questa storia. Burt ha già il record in tasca ma al momento è cieco, viaggia su una moto che in accelerazione ondeggia paurosamente e corre a oltre 300km/h su una “pista” che sta per finire. Si butta a terra, facendo strisciare la carena della moto e rintanandosi al suo interno. Dopo quasi un chilometro la moto finalmente si arresta. Burt esce dalle carene graffiate: un sessantottenne che ha appena segnato un record del mondo di velocità, è caduto a oltre 300km/h (secondo i calcoli successivi, al momento della “caduta” la velocità era prossima ai 330km\h…) ed è ancora sulle sue gambe, anzi, sta ridendo. E’ felice di essere vivo, come sempre.

Continua a correre a Bonneville con la sua Indian fino a metà degli anni ’70. Non stabilisce altri record a parte nel 1969: quell’anno segnò il maggior numero di tentativi consecutivi: 14 (!) passaggi in quattro giorni e mezzo. Una follia per chiunque ma non per un uomo di settanta anni in sella ad una Indian di quarantanove. Nel 1975 poi, a causa delle cattive condizioni fisiche, gli viene anche tolta la licenza per correre. Burt ha settantasei anni.

Burt Munro muore all’età di ottant’anni esatti, nel 1979. La Indian riposa oggi nel garage di un appassionato neozelandese nel Sud del paese. Non è diventato famoso, Munro: solo gli appassionati di corse conoscono la sua incredibile storia. Nel 2005 però, il cinema gli rende onore ed esce un film a lui dedicato intitolato. In Italia si chiama “Indian – la grande sfida” con Antony Hopkins. Vi consiglio di vederlo. Grazie a questo film il nome di Munro diventa sinonimo di passione, testicoli ricavati dal pieno e gioia per la vita.

Negli ultimi anni di vita Munro ha tenuto una fitta corrispondenza con un appassionato britannico di Indian, John Andrews. Nel 1971, in una delle sue lettere, Burt scrive:

“Oggi ho smontato la testa e sto iniziando la costruzione di due nuove bielle da un’elica di un DC6 B. Spero di migliorare le prestazioni della moto ogni anno…E’ quasi impossibile per me darti una reale fotografia del tempo che ho speso sulla mia motocicletta. Gli ultimi 22 anni sono stati intensissimi e per un arco di dieci anni ho lavorato sedici ore al giorno tutti i giorni, tranne il giorno di Natale: quel giorno mi sono sempre preso il pomeriggio libero”.

Capello unto, lettura del futuro nel fondo del caffè e maglietta “Bonneville 1965” usata per lavorare al tornio. Che uomo.
Niente, neanche una (carie).

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